Dopo la revoca dell’affiliazione FIGC, il futuro rossoverde passa da tre nodi: nuova società, categoria di ripartenza e recupero dell’identità storica.
La Ternana Calcio S.r.l. non è più affiliata alla FIGC. Ma il vero punto, ora, non è solo da quale categoria ripartirà il calcio rossoverde: è chi riuscirà a salvare marchio, memoria e fiducia della città.
La decisione FIGC che chiude una storia
Il 27 maggio 2026 la FIGC ha messo un punto formale alla vicenda della Ternana Calcio S.r.l. Con il Comunicato Ufficiale n. 248/A, la Federazione ha preso atto della liquidazione giudiziale pronunciata dal Tribunale di Terni e ha deliberato la revoca dell’affiliazione del club.
Nel documento federale compaiono due passaggi decisivi: la FIGC stabilisce “di revocare l’affiliazione alla Ternana Calcio S.r.l.” e dispone anche “la decadenza dal tesseramento dei calciatori della Ternana Calcio S.r.l.”.
In termini pratici significa che la vecchia società non esiste più dentro l’ordinamento federale. I calciatori non sono più vincolati al club e la Ternana, come soggetto sportivo, deve essere ricostruita da zero.
Ma il fallimento di una società non cancella automaticamente una comunità. Ed è proprio qui che inizia la parte più delicata.
Il marchio vale più della categoria
La domanda più urgente per i tifosi è semplice: Serie D o Eccellenza? Ma la domanda più importante è un’altra: con quale identità ripartirà la Ternana?
Il marchio non è un dettaglio commerciale. Per una piazza come Terni significa stemma, colori, memoria, riconoscibilità. Significa poter dire che la nuova squadra non nasce come una copia qualunque, ma come erede credibile della storia rossoverde.
Per questo la partita sul marchio può pesare quanto quella sull’iscrizione al campionato. Ripartire più in alto, ma senza un legame forte con la storia del club, rischierebbe di lasciare una frattura aperta. Ripartire più in basso, ma con un progetto chiaro su nome, simboli e partecipazione popolare, potrebbe invece dare alla città una base più solida.
L’anno zero della Ternana non sarà giudicato solo dalla categoria. Sarà giudicato dalla capacità di non perdere se stessa.
La raccolta fondi come segnale politico e popolare
Dentro questo scenario nasce l’iniziativa “La Ternana Siamo Noi APS”, che punta a mobilitare tifosi e città intorno alla ripartenza. Il messaggio scelto dall’associazione è volutamente identitario: “di padre in figlio”, “il popolo rossoverde di generazione in generazione”, “una passione lunga 100 anni”.
Non è solo comunicazione emotiva. È il tentativo di trasformare il tifo in presenza concreta nel momento in cui il club deve essere rifondato.
La raccolta fondi non può risolvere da sola tutti i problemi economici e giuridici. Ma può fare una cosa importante: dimostrare che la Ternana non è soltanto un asset da rilevare, ma una comunità che vuole contare nel proprio futuro.
Se questo slancio resterà solo simbolico, peserà poco. Se invece diventerà organizzazione, controllo e partecipazione, potrà incidere sulla nuova governance.
Serie D o Eccellenza: due strade, due rischi
La ripartenza dalla Serie D sarebbe la soluzione più ambiziosa. Permetterebbe di accorciare i tempi della risalita e di mantenere il club in una dimensione nazionale. Ma richiederebbe subito risorse, struttura tecnica, dirigenti credibili e una squadra pronta a reggere la pressione di una piazza ferita.
L’Eccellenza sarebbe una caduta più dura da accettare, ma anche un terreno meno costoso e forse più gestibile per ricostruire. Meno vetrina, meno pressione immediata, più tempo per dare ordine a società, settore giovanile, rapporti con il territorio e identità.
Il rischio della Serie D è ripartire in fretta senza fondamenta. Il rischio dell’Eccellenza è far vivere alla piazza un’umiliazione sportiva troppo profonda. Per questo la scelta non può essere solo emotiva: deve essere sostenibile.
La lezione dei 14 milioni e della crisi societaria
La nuova Ternana dovrà anche imparare dalla crisi che ha preceduto il crollo. Nel comunicato pubblicato il 12 aprile, la società aveva ricostruito parte della vicenda legata alla famiglia Rizzo, a Unicusano, alla Ternana Women e al progetto della clinica.
In quel testo compariva una cifra pesante: 14 milioni di euro, riferiti al ramo d’azienda legato alla clinica. Una somma che racconta quanto la crisi rossoverde non sia stata soltanto sportiva, ma anche economica, gestionale e progettuale.
È il punto da cui la nuova società dovrà prendere le distanze. Serviranno bilanci leggibili, ruoli chiari, meno promesse e più sostenibilità. La piazza non può permettersi un’altra ripartenza costruita sull’entusiasmo e poi consumata dall’incertezza.
Cosa succede ora
Ora la Ternana deve risolvere tre dossier.
Il primo è sportivo: capire da quale categoria ripartire e con quali garanzie. Il secondo è identitario: seguire il destino del marchio e dei simboli storici. Il terzo è popolare: trasformare la mobilitazione dei tifosi in una forza utile, non solo emotiva.
La vecchia Ternana Calcio S.r.l. è uscita dal sistema federale. Ma la Ternana, come appartenenza, è ancora viva. Lo è nei tifosi, nel Liberati, nei colori rossoverdi e in una città che ora chiede soprattutto una cosa: non ricominciare male.
L’anno zero delle Fere non sarà una semplice ripartenza. Sarà un test di responsabilità per tutti: istituzioni, imprenditori, tifosi e futura proprietà. Perché rifondare un club non significa solo iscrivere una squadra. Significa restituire fiducia a chi quella maglia l’ha seguita anche quando tutto è crollato.