Mister, come avete fatto a concludere la stagione?
Da dicembre tutti dicevano che non saremmo arrivati in fondo. Ma su un tavolo dell’Osteria del Tribunale di Fabrizio Spiritosi, insieme al presidente Fabio Calagreti e a mio «fratello» Artan Zogu, presidente del Taulantet (che ha scritto la storia con una squadra tutta della sua comunità albanese), siamo arrivati al 4 maggio e abbiamo detto: "Il Castello non è morto".
Merito dei miei ragazzi, encomiabili, che mi hanno seguito in tutto e per tutto. Quasi tutti hanno già trovato squadra, e questo mi rende felice. Ora speriamo che l’arrivo di Matias Bergoglio porti un progetto importante, capace di risollevare i colori biancorossi. Non volevamo salire di categoria, ma salvarci. Un grazie speciale anche a Nicola Nardi, responsabile del Madonna del Latte, che in certe situazioni scomode ci ha aiutato fino in fondo, fornendoci ragazzi per arrivare almeno in undici.
Come vi ha trattato l’amministrazione comunale?
Probabilmente non potevano fare più di tanto, anche se purtroppo non abbiamo mai potuto allenarci su un campo regolamentare per via della situazione precedente. Mi chiedo: ma come si fa ad accumulare 42.000 euro di crediti e arrivare a questo debito? Prima di entrare negli impianti a San Secondo, Cerbara, Pistrino, abbiamo sempre pagato prima di scendere in campo. Per non parlare del Tevere, l’ansa nostra amica, che ci ha permesso di allenarci. Rimarrò sempre il secondo tifoso del Città di Castello, il primo resta mio padre. Casa nostra è pitturata di biancorosso. Mi auguro di vedere il Città di Castello gestito da chi lo guida oggi, mentre altri si godono ciò che ho costruito io e chi era vicino a me: palloni, benzina per le trasferte, liste, aiutare i ragazzi. Ringrazio tutte le società avversarie, presidenti e allenatori per la comprensione e l’ospitalità.
Ti aspettavi che con l’entrata della cordata argentina ti interpellassero almeno per fare un’analisi sulla stagione e sui ragazzi, tutti fuoriquota dal 2005 al 2009?
Sarebbe stata una cosa corretta, però non me lo aspettavo. Bisogna essere abituati al fatto che nel calcio non esistono meritocrazia né riconoscenza. Quindi no.
Tuo papà Giuliano Mambrini è una bandiera del Città di Castello.
Purtroppo tante bandiere sono state ammainate, tra queste anche mio papà Giuliano. Una cosa che mi rende molto triste. Perché vengono messe da parte? Non si sa.
Schillaci, Baresi, Neri (Arezzo), Vannini (Perugia), mio padre: tutti abbandonati. È una brutta usanza in tutta Italia. Gente così porterebbe conoscenza dell’ambiente. Ma oggi c’è spazio solo per chi indossa «giacca e sottogiacca». Ecco perché il calcio in Italia non funziona.
Estendiamo il discorso: cosa pensi dei settori giovanili?
Negli anni ‘80-’90 si vincevano campionati e i super tornei Oelker a Sansepolcro e Pucciarini a Ponte Pattoli. Complimenti a Sansepolcro e Trestina, che stanno insegnando a tutti in Altotevere con istruttori preparati. Meglio pagare un bravo istruttore per i giovani. Come dice Viscidi, fino a 14 anni conta la formazione, poi subentra la tattica. Mi auguro che con il nuovo corso societario i ragazzi si divertano e tornino a casa dicendo: "Mi sono divertito", non solo "Ho vinto o perso".
La tua carriera da allenatore possiamo dire che è stata superiore a quella da giocatore?
Allenare una nazionale, ascoltare un inno quando sei in panchina, giocare contro USA, Costa Rica, Ecuador: non capita tutti i giorni e non ricapiterà. Ma porto quella felicità sempre con me.
Ho allenato in Ecuador, a Panama (dove ho vinto due campionati), Cuba, Colombia e Texas. Ci sono tanti italiani che allenano all’estero: mi piacerebbe leggeste anche le loro storie, perché sono campionati di primo livello. Se non fosse stato per l’operazione di mio padre un anno fa, avrei continuato in Centro America. Con 271 panchine lì e il premio ricevuto alle Tre Fontane come allenatore italiano con più panchine, è un’enorme soddisfazione aver portato sempre la bandiera e la metodologia italiana.
Come giocatore sono arrivato in Serie C con mister Serse Cosmi ad Arezzo, presidente Francesco Graziani, anni bellissimi. Poi a Pisa, allievi nazionali con Lorenzo Capanni (papà di Gabriele della Ternana). Quell’anno il Pisa fallì allo spareggio dell’Arechi di Salerno contro l’Acireale, perso ai rigori. Oggi Pisa è di nuovo in A e ne sono felice.
I 14 anni a Città di Castello, Anghiari, Torgiano, Castiglion Fiorentino sono stati splendidi.
Però umilmente non posso giudicarmi: come giocatore sono arrivato dove tutti sanno, come allenatore dopo 14 anni con quattro campionati vinti e una nazionale diretta, sono tornato in Italia e devo ricominciare da zero, perché il calcio impone di dimostrare ogni giorno e ogni domenica.
Il calcio lo giudicano i risultati, la parola progetto non esiste o non è mai esistita: perdi tre partite e ti mandano via. Bisogna assumersi le proprie responsabilità, ogni allenatore ha il suo manuale e i suoi punti di forza.
Sono tornato per mio padre. Consiglio a tutti di abbracciare e aiutare i propri genitori ogni giorno: quando non ci saranno più sarà molto triste.
Ora sei al Calzolaro, perché hai scelto il club gialloblù?
Per me non conta tanto il nome di una squadra. Ho incontrato il dg Gregory Granci per una cena tra amici e ho capito che era l’ambiente ideale. Non si parla solo di vincere, ma di costruire un progetto biennale con una squadra giovane, visto che abbiamo già 11 fuoriquota, per permettere ad un paese ed un ambiente come il Calzolaro calcio di abbassare i costi e di avere già una squadra pronta per il futuro.
Oggi è il tuo compleanno: auguri!
Ringrazio Dio per i miei 47 anni. La salute è la cosa più importante. Dedico un pensiero a tutte le persone ammalate e ai bambini, augurandomi che tornino presto a stare bene. E che la parola guerra venga usata sempre meno, perché torni la pace e possiamo tutti gustarci questa splendida vita che Dio ci ha regalato.







